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Quella sera Marta,  non era pienamente cosciente di quel che stava facendo, ma si sa in vino veritas. Quindi lasciandosi guidare da quell’istinto che l’alcol le dettava, senza opporre resistenza si mise davanti al PC. Era in uno stato di confusione totale, come se qualcuno dentro lei stava trovando la forza al suo posto, per fare ciò che avrebbe dovuto  fare già da molto tempo.  La testa le girava e aveva la sensazione di braccia e gambe pesantissime, come se da un momento all’altro sarebbe svenuta. Senza pensare affatto, apri il browser sul PC ed entrò nel sito di login della sua mail. Non fu per niente facile digitare correttamente indirizzo e password. Sbagliò la prima volta e sbuffò seccatamente. La seconda imprecò alzando le mani al cielo,  chiedendo anche scusa. Il terzo tentativo sembrò quello giusto. Ringraziò puntando il dito al cielo farfugliando qualcosa di incomprensibile, rise di quella cosa che riuscì a capire solo lei e ,senza perdere tempo e con decisione e determinazione che non erano certamente della sua natura da sobria, iniziò a scrivere una nuova mail.

 

A: dario1979@Virgilio.it

Oggetto : Stavo pensando…

(Inizio battitura mail ore 21.35)
Stasera ho bevuto. In realtà ho iniziato nel tardo pomeriggio.
Non la solita birra, nel senso di quantità intendo…
non una… non due… di più… considera che dopo la terza ho smesso di contare.
Ma non importa questo.
Importa che non farò errori. Perché tu lo detesti.
Lo so. Quindi starò attenta a non commetterne.
(Anche se so perfettamente che domani quando tornerò sobria me ne pentirò per averti elogiato con questa mail della mia “presenza” . Ma ORA mi va così. Domani sarà domani. Ma quel che conta è ORA. Domani farò i conti con me stessa. Stanne certo.)
Stavo pensando che, con tutta la birra che ho mandato giù e che si fa spazio nei miei organi vitali,  ti penso. Cioè… non che ti sto pensando ora e prima di iniziare a bere la birra non lo stessi facendo,  o che prima di oggi non lo abbia fatto ieri,  l’altro ieri e anche la settimana scorsa
No Dario… ti penso sempre. Sei un chiodo che martella in testa.

Stavo pensando a “noi” . Quel “noi” che mi ero inventata. Quel “noi” che con fervida immaginazione albergava SOLO nella mia testa. Quel “noi” che mi faceva stare bene. Cioè che poi eri tu solo in realtà. Nel senso che quella parte di me c’è stata, perché c’eri tu nella mia vita.

Ora sono tornata ad essere una donna anonima, usata e rifiutata. Ancora una volta.
Conta solo una cosa , che in quel breve ma intenso tempo che ci sei stato, hai avuto la pazienza di farmi stare bene. Perché lo hai fatto “soffrendo”,  in quanto ero solo un peso per te. (Lo so ti sto annoiando,  o forse sarai arrabbiato, se così fosse perdonami. Però chi meglio di una donna ubriaca può dire la verità? Nessuno. O forse si : un uomo anch’esso ubriaco oppure un bambino!)

Stavo pensando a quante cose non ti ho mai detto, per timore, per mancanza di coraggio o per la diversità  di “grado” che avevamo. In realtà una delle tante , ora posso dirtela. Ora che non è neanche più una domanda,  ma una certezza. La certezza che per te non contavo come donna,  ne ti servivo come schiava. Di questo me ne dispaccio. Però comprendo che è giusto. Una donna sposata, con tre figli e conosciuta in un sito di incontri a pagamento,  che ruolo può avere nella vita di un uomo come te? Nessuno. Se non quello di un passatempo breve e momentaneo.
Stavo pensando a quelle volte che mi fissavi negli occhi e mi chiedevi -《che hai? Eh!》- e io rispondevo sempre – 《niente…》- in realtà pensavo a cose (come quella riportata sopra)  che dette in quel momento ci avrebbero allontanato ancora prima del previsto. In realtà sapevo che , la risposta che ti davo serviva solo ad illudere me stessa. La realtà è che non volevo perderti. Invece poi è accaduto lo stesso.
 
Stavo pensando a cosa ho sbagliato, dove ho sbagliato, quando ho sbagliato e perché ho sbagliato. Probabilmente potrei rispondere ad ognuno di questi miei dubbi. Ma se fossi stato tu a sottolineare ogni mio errore, mi sarebbe senz’altro servito da “lezione”. Magari non sarei cambiata, ma sicuramente avrei cercato di fare del mio meglio per provarci.
Stavo pensando a tutte le volte,  che in realtà per paura ti perderti mi aggrappavo a basi, fatte di carta pesta marroni, che avevo la forma di scogli,  che solo con le mie lacrime si sono sfaldate.
 
Stavo pensando che quando mi sono ritrovata la carta sbriciolata tra le mani,  mi sono guardata intorno con occhi disperati,  disorientati e destabilizzati in cerca di te. Ma tu eri già troppo lontano per potermi aiutare, tanto che non mi hai sentita neanche urlare.
 
Stavo pensando che, finché in lontananza riuscivo a vederti, sono rimasta esattamente ferma in quel punto, dove mi avevi lasciata e ti ho aspettato. Nel frattempo la carta se l’è portata via il vento. La gente mi è passata accanto ma io avevo lo sguardo solo sulla tua sagoma che si faceva sempre più piccola. Non immagini nemmeno quanto ho peccato di presunzione, convincendomi che saresti tornato. Ma nulla. Finché sei diventato un puntino sempre più lontano. Che col tempo non ho più visto, ma che non ho dimenticato. Non sempre smettere di vedere o sentire qualcuno è sinonimo di dimenticare.
 
Stavo pensando a quanto è stata dura dovermi rialzare e metabolizzare che non c’eri più. Così ho capito che se avessi iniziato a scrivere di te mi avrebbe senz’altro  aiutato. In parte è stato così, ma ho iniziato col piede sbagliato,  mandandoti quella lettera di auguri carica di rabbia. Ma tanto lo sai che in realtà non ti ho davvero augurato NESSUNA di quelle cose. L’unica cosa giusta in quella lettera è la safeword scritta in stampatello maiuscolo sparsa per la lettera. Quella mi è servita per “sentirmi libera”.
Stavo pensando che, non è che mi piaci è che sto proprio in fissa con te. Probabilmente per il potere che hai avuto di possedermi la mente, come mai nessuno aveva fatto prima d’ora,  tanto che le mie scelte e i miei bisogni non contavano. Ma contavi solo tu. Anche se non sono stata brava a dimostrartelo.
Stavo pensando a quanto sei bello, tipo che neanche lo so descrivere. Non è una bellezza tipo : “WOW” no!  è una bellezza diversa. Sei proprio bello nella mente oltre che fisicamente, tipo da… non esiste termine adatto per descrivere appieno lo stupore che intendo. Potrei inventarlo ora sul momento un termine… ma non renderebbe neanche l’idea.
Poi nonostante  tutto sei una persona  come poche al mondo. Ma non sto ad elencarti tutte le qualità che hai. Alla fine che importanza ha il pensiero di una donna come me? Nessuno.
Stavo pensando a quanto spensierati siano stati quei giorni passati con te,  perché questo che sto per dirti sicuramente lo sai, infondo sei stato la “luce” in fondo al tunnel dopo chilometri e chilometri di galleria, e non conta se ora tutto è tornato più buio di prima, conta che almeno per un po quella “luce” mi ha tenuto compagnia, mostrandomi cose che nell’oscurità mi era impossibile vedere. Almeno se un giorno dovessi uscire nuovamente dal tunnel, saprò già cosa ci troverò fuori. Stavolta però è giusto che trovi da sola la via d’uscita. E sono positiva. Ci riuscirò.
…e niente… anche se ho bevuto un po troppo, domani mi passa.
Ma tu, come quella luce che un giorno spero di ritrovare da sola, non passerai mai.
(Fine battitura mail 21.59)
(Fine correzione mail 23.33)
Soddisfatta del suo operato inviò la mail dopo averla riletta così tante volte che poteva giurare di saperla a memoria.
Spense il PC e fu un miracolo che riuscì a raggiungere il divano, dove Morfeo la stava attendendo.
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Fatti , luoghi e persone descritte in questo testo sono frutto dell’immaginazione.
Ogni riferimento reale a fatti, luoghi e persone è puramente casuale.

 

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Durante la notte Marta non aveva chiuso occhio, si era voltata da un lato all’altro del letto,  come chi irrequieto non può trovare pace. La stanza non era totalmente buia, entrava la luce giallognola del lampione della strada, che parzialmente illuminava alcuni punti della camera. Restò a fissare il soffitto contando i riflessi dei buchi della serranda. Uno…due…tre… dieci… venti. Si fermò, le stava annoiando questo contare, allungò la mano verso il comodino per prendere il cellulare. Accese lo schermo, l’orologio segnava le tre e trentatré. Sbuffò spegnendo il telefono e si mise su un fianco a riflettere su ciò che era accaduto in questi anni. Il lavoro andava bene, non poteva affatto lamentarsi, con impegno era anche  riuscita a comprare quella macchina nera che tanto aveva desiderato. I suoi figli le avevo dato grandi soddisfazioni. La grande, Stefania, aveva vinto una borsa di studio a Londra, dove avrebbe senz’altro approfondito la lingua. Francesco, il medio, era campione regionale di scacchi e aveva vinto il suo secondo trofeo. Infine Giorgia, la piccola di casa, soprannominata da tutti ugola d’oro, aveva passato le selezioni per entrare nel coro più prestigioso della città. Con suo marito andava anche bene. O meglio aveva imparato a fingere che andava bene. Ormai recitava da così tanti anni che le veniva del tutto naturale. Certo che se l’avessero premiata per questa interpretazione, un solo premio non bastava. Perché la sua era non solo interpretazione, ma anche sceneggiatura e regia! Marta sorrise di quel pensiero e sospirando, si alzò dal letto. Scompigliandosi i capelli e camminando come uno zombie, percorse la camera fino a che non fu nel corridoio. Barcollando percorse anche quello , finché si trovò nel salone dove accese la piantana. Posò distrattamente gli occhi sul pianoforte, dove c’era il libro che stava leggendo in quel periodo. Sul libro una lampada usb, nera,  che usava la notte per leggere. Si bloccò a fissare quell’oggetto che le ricordava chi gliel’aveva regalato. Lo prese fra le mani e si mosse lentamente con lo sguardo perso nel vuoto, fino a giungere il divano. Per un attimo tornò in sé, si distese e poi tornò nuovamente a fissare il vuoto, mentre con una mano accarezzava la lampada, in quel momento pensò che ruolo avesse avuto il proprietario di quell’oggetto nella vita di Marta… oppure lei che ruolo avesse avuto nella sua vita. Dubbi esistenziali senz’altro. Per Marta era stato importante. Lui era arrivato in un giorno di caos, come lo era adesso praticamente. Aveva l’aria di uomo forte, composto e gentile che  aveva teso la mano a Marta e l’aveva  tirata fuori da un buco nero. Lentamente le aveva reso la vita equilibrata (donandole un asse sul quale camminare) e colorata (donandole dei pastelli per sfumare la sua vita grigia) Passo dopo passo… colore dopo colore… giorno dopo giorno insieme stavano costruendo qualcosa, con lui che, come un buon maestro, le insegnava a camminare e colorare. Stranamente era stata realmente felice Marta. Tanto felice. Tanto quanto non lo era mai stata. Ma… in realtà lui era un uomo assai complicato e problematico. Fragile più di Marta per certi versi, era assurdo quell’uomo mentre la curava, stava trascurando se stesso. Più curava lei, più lui si spegneva. Lui pensò che l’egoismo di Marta (che in realtà era gioia) non le aveva permesso di vedere che oltre l’uomo forte c’era un uomo parzialmente distrutto. Così un giorno Marta si era fatta coraggio, marcando sempre più quello che lui vedeva in lei come egoismo (la sua gioia) e le aveva detto due parole. Che in realtà sentiva profondamente. “TI AMO.” Fu spiazzante il suo silenzio.. Quell’ uomo annui solo con un finto sorriso. Accarezzandole la testa. Marta si accorse che giorno dopo giorno le cose stavano cambiando. Fu radicale. Un giorno lui senza dar modo di capire, le tolse i colori di impulso, ma lei aveva fatto un disegno meraviglioso e piuttosto colorato. “Cosa potrà mai sbiadirlo?” Pensò. Ma il tempo, il silenzio e l’indifferenza resero tutto nuovamente grigio. Aveva ancora l’asse che le dava equilibrio, pensò Marta facendosi forza,  ma lui venne a prendersi anche quella. Gliela tolse via senza pensare che su quell’asse lei aveva imparato a stare in piedi e a camminare. “Perché? Sta succedendo, ma perché?” Si chiedeva tristemente… Non capita perché lentamente si stava allontanando. “Cosa gli ho fatto?” Però notava con tristezza che più lui stava lontano, più tornava ad essere l’uomo che Marta aveva conosciuto. Quindi per un po di tempo vissero il loro rapporto in lontananza e vedendosi sporadicamente. Lui aveva ripreso la sua vita e sembrava esser tornato felice. Lei perdeva la sua vita e tornava ad essere infelice. Ma anche questo aveva accettato Marta. Più passavano i giorni più sapeva che anche domani in fondo lui, in un modo o nell’altro ci sarebbe stato.  Finché in un altro giorno di caos, esattamente simile al giorno nel quale si erano incontrati,  lui andò via, per sempre senza darle un motivo o una spiegazione valida,  che avrebbero quantomeno posto fine alle torture mentali che si stava infliggendo nuovamente. Marta in fine silenziosa, senza più equilibrio  (fisico e mentale) e senza più colori, tornò a vagare nell’intercapedine del nulla, persa nell’oblio sei suoi giorni.

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Fatti , luoghi e persone descritte in questo testo sono frutto dell’immaginazione.
Ogni riferimento reale a fatti, luoghi e persone è puramente casuale.

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Quel pomeriggio di pace e frescura Luca e Marta si diedero appuntamento in un bar vicino al mare, sicuramente avevano tanto da raccontarsi, soprattutto sulle scelte di vita che Marta aveva intrapreso. Lo scenario era molto rilassante, mare piatto di un azzurro che si perdeva in distesa fino all’orizzonte, dove cielo e mare assumevano lo stesso colore e si univano. Marta era immersa nei suoi pensieri. Aveva lo sguardo perso, osservava i bambini felici e spensierati  correre sulla sabbia, che per un attimo le ricordarono la sua breve infanzia felice, anche il pensiero fu breve che venne interrotto dalla voce di Luca che la chiamava. Con un lieve sorriso si volto verso lui, era come lo aveva esattamente lasciato anni prima, quei grandi occhi color nocciola, contornati di sensualità e mistero, i suoi capelli biondi dal taglio bizzarro con un ciuffo al vento e un sorriso che spiccava. Denti perfettamente bianchi e labbra che sembravano disegnate. Aveva un jeans chiaro strappato in alcuni punti, un paio di converse rosse e una polo anch’essa rossa. Decisamente troppo rosso, pensò Marta, a lei non piaceva il rosso. Si salutarono e si misero seduti al tavolino. Luca prese a parlare.
-《Eccoci qui finalmente! Quanto tempo! Sappi che ho già ordinato per me un caffè, per te un frullato al cocco. Sperando che nel frattempo i tuoi gusti non siano cambiati!》
– 《Si, è passato tanto tempo! Noto con piacere che ti ricordi bene. No, non ho cambiato gusti.》
– 《Dici? Quelli sessuali si,  mi è parso di capire. Quindi cos’è sta storia che appartieni ad un Padrone?》
Arrivarono il caffè e il frullato. Marta provocando un po Luca ne succhiò un po fissandolo negli occhi. Sorridendo ingoiò e riprese a parlare.
– 《Sì. Non immagini neppure alla lontana che legame profondo sia, è qualcosa che va oltre il sesso. Oltre la fisicità. Oltre le punizioni. Oltre l’ordinaria routine insomma.》
– 《Noto che sei la solita provocatrice!》 Disse Luca prima aggrottando un sopracciglio e dopo mordendosi sensualmente le labbra. 《Quasi quasi lo invidio sto Padrone oh. Noto che di lui ne parli con gli occhi luccicanti. Ma è più bello di me? Ma davvero tutto ciò ti fa stare bene?》
– 《Non è la bellezza Luca… non capiresti. Comunque azzardarei un PIÙ CHE BENE!》
– 《Addirittura! Pensi mai a quando andrà via dalla tua vita?》
– 《Fa parte del contratto. Quando si intraprendono questi rapporti il tutto viene esposto chiaramente. Io ho firmato, so a cosa vado in contro e sono pronta anche al peggio.》
– 《Facciamo una prova. Immagina che sei senza Padrone da, diciamo mezz’ora, io sono un ipotetico Padrone che ti offre un contratto.》
-《Vai. Proponiti. Mi vien già da ridere ad immaginarti Master. Tu che non sai neppure gestire il tuo cane! Vorresti gestire me?! Comunque, devi far colpo! Quindi offrirti decentemente come mio addestratore.》
– 《Eddai… Sono poco credibile lo so. Ma è una farsa. Ecco come mi presenterei: “Salve signorina, sono Master Pincopalla, ho saputo che è stata recentemente abbandonata dal suo Padrone. Io posso offrirle possessione, passione e protezione. Alternando momenti di complicità a momenti dove IO sono quello che stabilisce ogni cosa. Senza se e senza ma. Ho scritturato un contratto solo per lei valutando ogni cosa. Punizioni, umiliazioni, benessere psico-fisico. Sarebbe così gentile da voler dare un’occhiata?” Eeeh che te ne pare? Che paroloni eeeh!》
– 《 Ma sei serio! Muoio dalle risate. Però devo dire che VERBALMENTE sembri credibile. Sottolineo verbalmente!! Comunque ecco cosa ti risponderei: “La ringrazio per la sua proposta Master Pincopalla. Ho dato un’occhiata fugace al suo contratto e sembra che abbia delle buone potenzialitá per essere un buon Master. Ad ogni modo non posso mettermi alla ricerca di un nuovo Padrone, ne posso accettare di appartenere ad un altro Padrone. Perché… si vero non sono più una proprietà, ma io incondizionatamente, indubbiamente ed indiscutibilmente appartengo al mio Padrone precedente. Finché Lui albergherá nella mia mente, nel mio cuore e nei miei bisogni sessuali, NON POSSO affidarmi ad altri. Perché mi limiterei solo a cercare sempre ed esclusivamente Lui dentro ogni uomo.” Comunque “Master Pincopalla” è illegale. Non si può sentire! SAPPILO! 》
-《Ottima risposta contornata da sarcasmo. Si vede che appartieni. Continuo sempre più ad invidiarlo!》
– 《Ora fa silenzio e bevi il tuo caffè. Che si sarà freddato!》
– 《Ai suoi ordini Padrona…》
– 《No Luca…non esiste più QUELLA Marta che hai conosciuto tu.》
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Fatti , luoghi e persone descritte in questo testo sono frutto dell’immaginazione.
Ogni riferimento reale a fatti, luoghi e persone è puramente casuale.

Estranei, quanto mai stranieri, di una terra non segnata sulle mappe, restavamo per ore chiusi nella tua stanza ad indicarci e segnarci l’un l’altro i corpi, scambiarci i liquidi e le effusioni… ricordi di sensazioni che sembrano ormai perdute.
Per me era facile dirmi che ero ormai totalmente assuefatta da te, per colpa di quella facilità con cui sono sempre esposta ad esternare ogni mio pensiero ed ogni mia sensazione.
Strano vedere come tu nemmeno ci badavi, o forse volevi non darci peso perché probabilmente avevi le tue ragioni. Restavi composto, mi fissavi scrupolosamente con quei grandi occhi verdi e con quell’aria beffarda, che dal primo incontro mi ha fatto impazzire, mi trasmettevi il tuo finto interesse. Non davi mai il giusto peso a ciò che in qui momenti trascorsi insieme i miei occhi ti dicevano. A volte ricambiavi sorridendo lo sguardo, in cui era celata qualcosa che a me non era dovuto sapere, la vedevo sempre ma non riuscivo mai a capire cosa fosse. Ne morivo quando con grazia e disinvoltura distoglievi da me occhi e attenzioni per dedicarti alla tua vita al tuo mondo nonostante io mi trovassi li di fronte a te, ma tutte le volte aspettavo con ansia che finivi e quando accadeva tornavi ancora al mio fianco, mi accarezzavi la testa con espressione che a me appariva malinconica, non immagini quante volte avrei voluto leggerti i pensieri , probabilmente ti stavo annoiando oppure eri consapevole che saresti dovuto scendere presto da questo treno in corsa. Perché tutto inizia, ma tutto finisce. Soprattutto le passioni.
A guardarti, avrei giurato che nessuno più di te mi avrebbe corrisposta appieno. Trovavo in te la motivazione giusta per affrontare la mia frenetica quanto noiosa routine, così come si sarebbe intuito che nessuno meno di te mi avrebbe torturata nella testa e nel petto, dove ti eri fatto spazio senza che ti avessi invitato ad entrare, lo hai fatto senza preavviso.
Tu eri decisamente bravo a colpire. Ti bastava non guardarmi, non cercarmi e persino non odiarmi per darmi un’idea della tua distanza . E sono sicura che ti riusciva per caso, senza alcuna mira presa, non lo facevi per farmi male, quella era proprio la tua indole.. infondo sapevi che avevi totalmente la presa sulla mia anima e su tutto il resto… “navigherai nel tuo oblio quando non ci sarò” dicevi sempre… quindi lo avevi già progettato come sarebbero stati i miei giorni senza te.
Io ero quella infinitamente brava a cadere, dopo ogni colpo, nella trappola del mio senso di colpa. Mi bastava guardarmi, analizzarmi e, dunque, odiarmi per avere un’idea della mia inutilità nella tua vita. E puoi essere sicuro che mi riusciva non a caso, ma con la dovuta premura, spremermi gli occhi e il petto di tutto quel sentimento che non ti avrei mai saputo dare.
Perché certe cose, se restano dentro, macerano e acquistano un pessimo sapore.
Perché a certe cose non si potrà mai dare un nome, sebbene non si potrà mai smettere di viverle, soprattutto nella mente.

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Il nostro terzo incontro fu qualcosa di meraviglioso ed unico. 24 ore prima mi mandò la copia pdf del nostro contratto, in modo che io avrei potuto leggere tutto e valutare con calma. Questa nuova esperienza mi eccitava e incuriosiva molto.
Insieme alla copia del contratto un ordine. “Da questo momento fino a domattina quando ci vedremo, dovrai masturbarti, spingiti al limite MA NON DEVI MAI VENIRE. OGNI MEZZ’ORA LO DOVRAI FARE.”
Fu così che feci, una tortura indescrivibile… ero in uno stato di eccitazione e confusione massima. Desideravo solo lasciarmi scopare da lui senza pietà e pudore.[…]
La mattina alle 8 lui era già ad attendermi al nostro punto di incontro. Era meraviglioso, perfettamente composto dentro un vestito elegante nero sagomato e una camicia bianca con un paio di bottoni aperti che lasciavano intravedere il petto. La macchina era invasata del suo profumo, io ero tremante e totalmente persa. Lo salutai lui ricambiò. Poi silenzio. Il viaggio (breve 15 minuti circa) fu immerso nel silenzio.. il mio respiro era già affannato di eccitazione. Lui mise solo la mia radio preferita e prese la mia mano sinistra e la posò sul cambio, ogni tanto la stringeva e l’ accarezzava. Io non lo guardai mai. Rimasi a testa bassa tutto il tempo. Arrivammo nel box, lui mi ordinò di togliere gli occhiali e guardarlo. Era bello come il sole aveva uno sguardo dolcissimo e gli occhi di un verde opaco luccicavano, sapevano di fuoco e passione. Mi sussurró sorridendo ” appena saliti seguirai le mie direttive. Non commettere errori” con pollice e indice prese il viso e mi bacio teneramente. Si staccò e mi ordinò di restare in macchina, fece il giro, mi aprì la portiera e salimmo. Dentro l’ascensore fu più aggressivo, mi sbattè forte e mi baciò con foga e passione. Mise una mano dentro il mio leggins e scoprì il mio lago di piacere . Sorrise compiaciuto, leccandosi le dita mi disse che ero buona. Entrammo a casa sua. Tutto era buio non si vedeva nulla, si mise dietro me mi tolse la borsa e con passi lenti ci muovemmo. Con voce calda e sensuale mi sussurrò che era già eccitato e mi desiderava follemente. Poggiò il suo arnese (ancora dentro i pantaloni ) dietro me, sorrise. Lo sentivo era già duro, questo mi regalò un brivido che attraversò la schiena. Mi fece accomodare in cucina. Guardai il contratto che sapevo gia a memoria, firmai. Firmò. Mi afferrò la testa e con tono autorevole disse: “Ora mi appartieni. Sei una mia proprietà” uscì un foulard nero dalla tasca, mi legò i capelli facendo una treccia mi bendò “Ora fai silenzio e abbandonati al tuo Padrone” e da bendata mi spogliò. Sentii le sue dita fredde e decise sulla mia pelle, non lo vedevo, ma lo sentivo perfettamente. Con voce dolce mi sussurò che ero bellissima così inerme e che nonostante la sua posizione di autorevolezza e dominio anche lui stava impazzendo. Si mise dietro me, sentii che era ancora vestito, mi disse che mi avrebbe condotto in camera sua dove mi attendeva la sorpresa. Che strana sensazione fu camminare dovendomi fidare di lui…. ci muovemmo lentamente io bendata lui dietro che mi baciava il collo, le sue mani sui miei fianchi. Mi lasciò e apri la porta, mi riprense, mi portò in quello che pensai fosse il centro della stanza. Mi lasciò li mancando 5 minuti che a me sembrarono un’eternità.. Finalmente sentii i suoi passi, chiuse la porta.. ancora i suoi passi… si mise di fronte a me sentii il suo profumo… il suo respiro…io ero eccitata respiravo affannosamente… baciandomi sussurrò dolcemente: “non temere sono qui…mia dolce schiava..” Sì staccò e mi disse di sedermi, dietro me,dove c’era una sedia ad attendermi senza seduta.. mi sistemò sulla struttura del legno con le gambe ben divaricate e le braccia che scorrevano lungo i miei fianchi , infine legò le caviglie e i polsi con quelle che a me sembrarono delle fascette da elettricista, non troppo strette da farmi male, ma salde da limitarmi ogni movimento. Si allontanò ancora, ma sentivo i suoi passi, stava ruotando attorno a me si stava godendo lo spettacolo di me nuda, legata e bendata. Prese qualcosa dal cassetto, lo richiuse si avvicinò, mi sfiorò il seno con qualcosa di delicato, era una piuma. Con quella piuma mi sfiorò dappertutto, tranne le mie parti sensibili, per circa mezz’ora.. io tremavo dal piacere, mi mordevo le labbra, lo desideravo stavo impazzendo e lui lo sapeva, proprio questo lo divertiva, ogni volta che la piuma sfiorava il mio corpo tremavo, fu una piacevole sensazione misto a tortura… Lasciò la piuma e con entrambe le mani sul mio seno, che stringevano i capezzoli si avvicinò alla mia bocca, dicendomi che ero stata bravissima mi baciò appassionatamente mentre con una mano stava scendendo giù, fino a che con un dito sfiorò la mia parte calda e ormai troppo umida… io ansimai lui mi ordinò di stare zitta, con difficoltá ubbidii. Continuò a muovere il dito per 30 secondi circa proprio su quella protuberanza gonfia ed immersa di piacere… poi di botto mi penetrò con 2 dita.. ero un lago grondante di piacere. La sua voce si fece più mi calda ed eccitata mi disse che ero stata nuovamente brava e senza darmi il tempo di capire, mi ficcò le dita intrise dei miei umori in bocca, chiedendomi che sapore avevo.. risponsi: “Buono Padrone” sospirò e mi baciò. Tornò sotto e giocò un po con l’altro ingresso… quello un po più stretto, ma con dolci approcci senza penetrarlo mai… dopo mezz’ora di questa dolce ed estenuante tortura sentii che prense qualcosa che fece scorrere delicatamente  prima lungo il braccio, poi la gamba, il seno, le labbra io tremano era la lama di un coltello, con voce dolce e rassicurante mi disse che non aveva nessuna intenzione di farmi del male, infine tagliò le fascette, mi aiutò ad alzarmi e mi tolse la benda. Con voce autorevole ma dolce, anche troppo, mi ordinò di guardarlo… che bello che era… quei suoi occhi verdi mi penetrarono pure l’anima, mi prese in braccio senza parlare e mi adagiò dolcemente sul letto, mentre lui lentamente si spogliava, che visione magnifica.. Era perfetto, i pettorali da urlo l’addome scolpito, le gambe sode e muscolose, infine si tolse le mutande mostrandomi  quell’arnese venoso e grosso che io conoscevo già. Afferrò le mie gambe aprendole e si sistemò sopra di me. Fissandomi negli occhi e accarezzandomi i capelli mi chiese… “Lo vuoi adesso? Posso?” Io con voce eccitata senza staccare gli occhi dai suoi risponsi… ” Si.. scopami selvaggiamente mio Padrone”. Potrei giurare che fu la scopata più intensa e desiderata di tutta la mia vita […]

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Quella domenica pomeriggio , prima di voltarti definitivamente e andare via, stringendo forte le mie mani mi hai posato un bacio delicato sulla fronte dicendomi: “Marta…faremo in modo di vederci ancora. Nel frattempo abbi cura di te! Mi raccomando, scrivimi quando arrivi a casa!”
Come avevi sempre fatto. Era il tuo modo per dirmi : “Anche domani ci sarò”.
Silenzioso mi hai mostrato l’orologio, per farmi capire che era giunta l’ora di separarci, hai lasciato le mie mani accennando un lieve sorriso, con uno scatto veloce ti sei voltato lasciandomi alla fermata del tram.
I tuoi passi lenti avanzavano, ricordo la tua compostezza e quel tuo modo di camminare ben eretto muovendo appena le braccia. Non curante del male che mi stavi facendo, ti sei fermato e ti sei voltato a fissarmi e salutarmi, per cinque volte, era come se mi stessi invitando a correre da te e abbracciarti ancora una volta, perché quella era l’ultima occasione che avrei avuto per farlo, così mi sono detta : “Ora o mai più Marta!”. Eri giunto in quel l’angolo di strada che ti avrebbe portato lontano da me per sempre, ti sei voltato nuovamente ma stavolta io stavo correndo verso te. Ti sei fermato e avvicinato a passo spedito con tono autorevole ma ironico mi hai detto : “Cosa è successo? Niente pianti eh! Per piacere!“.
Non ho detto nulla, ti ho solo stretto a me forte, in silenzio, un silenzio così assordante da coprire pure il rumore del traffico che ci circondava.
Con un gesto lento ti sei avvicinato al mio orecchio e con voce sensuale hai sussurrato: “Marta… vuoi salire a casa mia?” Sapevi che il tempo non era stato nostro amico quel giorno, non era possibile, era già tardi e io dovevo tornare a casa. Ma non immagini quanto avrei voluto lasciarmi possedere da te ancora una volta con la consapevolezza di viverti per “l’ultima volta”.
Fingendo un sorriso, che serviva per nascondere il pianto, con un filo di voce ti ho detto che purtroppo non potevo accettare, per la troppa distanza che separava casa tua dal luogo in cui ci trovavamo e perché era ormai troppo tardi. Tu con un sorriso hai annuito, mio malgrado e con un nodo alla gola, ti ho baciato sulla guancia e mi sono voltata per tornare alla fermata del tram. Ho percorso quei tre metri senza girarmi mai a guardarti e il cuore che mi stava scoppiando, stavo già piangendo. Mi sono posizionata alla fermata e tu eri ancora fermo in quell’angolo di strada, stavi proprio aspettando che tornavo laddove tu mi avevi lasciata. Con dolcezza hai sorriso e poi hai sventolato la mano, infine sei sparito, inghiottito dal traffico e perso in mezzo alla gente. Ecco l’ultimo ricordo che ho di te. Sai, non ti nego che ho aspettato per 20 interminabili minuti il tram, quel fottuto tram che mi avrebbe riportato a casa, come una stupida sono rimasta a fissare quel punto nel quale eri sparito, attendendo come un cane fedele il ritorno del suo Padrone, un tentativo invano di vederti spuntare. Niente.. solo un sogno, un mio desiderio.
Da quel pomeriggio ho iniziato a fare i conti con la tristezza, l’amarezza e l’abbandono. Cose non citate nel nostro “accordo”.
Ecco il mio tram, salgo e mi metto seduta, in quel preciso istante partorisco la triste e dura verità , che non ti rivedrò mai più. L’autista annuncia la partenza, vorrei dirgli di fermarsi un attimo, giusto il tempo di tornare a riprendere il cuore che ti sei portato, che hai stropicciato e che forse hai buttato dentro qualche cassonetto. Fosse facile.. purtroppo è il prezzo da pagare per essermi innamorata di chi non avrebbe mai potuto amarmi. Una lacrima solca il mio viso e me ne resto li con le cuffie che suonano la mia canzone preferita e un vuoto profondo nel petto, che tu non verrai a colmare.
(Quinta ed ultima parte del ventiduesimo capitolo “25 Giugno 2017”)

Fatti , luoghi personaggi descritti in questo brano sono frutto dell’immaginazione.Ogni riferimento reale a fatti, luoghi e persone è puramente casuale.

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Oh! Mabbasta!

Tutta sta mimosa nella home di WordPress… home di Facebook… home di Twitter… home di istagram… storie di Whatsapp mi sta facendo starnutire a gogo.

Vado a prendere un antistaminico va!

E comunque….. la festa della donna dovrebbe essere ogni giorno. No oggi tutti affettuosi…e  domani tutti silenziosi… davanti a violenze… stupri… femminicidi.

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